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Domenica 5 agosto, le due del pomeriggio con 32° più o meno, via lo striscione dell’11° Raduno Internazionale AIC di torrentismo “Ossola 2013”, finito.
“Anche quest’anno è andato” è il primo pensiero e più che altro mi sento sollevato. Che non ci siano stati incidenti gravi, interventi del soccorso, grossi problemi o pochi partecipanti.
Ok è finito, ora però facciamo mente locale.
Il sollievo lo lasciamo a chi ha combinato un guaio e non viene scoperto, qui invece c’è di che essere contenti, e molto.
Duecentottantasei partecipanti, undici nazioni rappresentate, ventuno torrenti discesi, quasi novecento percorrenze complessive, un corso di avvicinamento in overbooking con tredici partecipanti e un corso di attrezzamento, un concorso video ospitato in città, il crash test a materiali e alberi, la “mostra permanente”, tante serate dedicate a parlare di attrezzatura e soccorso, la solita lotteria finale.
Sicuro che mi sto dimenticando qualcosa ma la sostanza è questa.
Un successo.
 
Quindi il bilancio è positivo, bravi. E ora?
Nessuno ha le forze adesso per parlare già del prossimo raduno per cui non ci provo nemmeno a contattare qualcuno per iniziare ad organizzare, lasciamo passare agosto, poi si vedrà.
Quello che voglio fare però è un bilancio che non sia numerico, qualche ragionamento sul perchè dell’evento e su alcuni spunti nati durante il raduno stesso.
 

In breve, a cosa serve il raduno?

La risposta più ovvia è a fare aggregazione ma è anche la più riduttiva.
Serve a consolidare i rapporti con i propri soci, a confrontarsi e sviluppare contatti con altre associazioni, a portare avanti progetti comuni, a perfezionare la collaborazione con il CNSAS, con le amministrazioni locali, con le aziende che gestiscono le acque, a farsi belli con la tv e la stampa per dimostrare quanto siamo cresciuti nel tempo e mostrare i risultati ottenuti.
(Vero, verissimo. Siamo diventati rilevanti nel mondo del torrentismo, al punto che non ha più senso parlare di torrentismo in Italia senza parlare di AIC. Chi si muove solo per il proprio tornaconto, qualunque questo sia, chi gioca a chi ce l’ha più lungo, chi parla come fosse il portavoce del canyoning in Italia e nel mondo, tutti questi fanno finta che l’AIC sia ancora quella di dieci o dodici anni fa, traggono i benefici da quello che l’AIC ha costruito in questi quindici anni senza però riconoscerle i meriti.)
 
Ma c’è una risposta ben più pragmatica alla domanda: serve a fare cassa.
Il raduno è la principale entrata dell’associazione in un anno di gestione, con il guadagno del raduno, ammesso che ci sia, si finanzia tutta l’attività che viene svolta nell’anno.
I corsi SNC coprono le spese vive, il materiale utilizzato, in parte i rimborsi chilometrici per gli istruttori.
Le quote di iscrizione, invariate da 4 anni, danno un margine relativo, quest’anno intaccato pure dagli otto euro a socio che l’AIC paga per tesserare alla UISP tutti i propri soci.
Cosa ne fa l’associazione di questi soldi?
Presto detto. Paga i costi assicurativi, paga la consulenza di un commercialista, rimborsa le attività promozionali svolte dai soci, finanzia i progetti in corso ad esempio pagando tutti gli ancoraggi per il proCanyon, da quest’anno finanzia anche i progetti proposti dai soci stessi.
I soldi che rimangono, se vengono usati, vengono usati per un solo scopo: promuovere il torrentismo secondo i canoni AIC, ossia i migliori. Un esempio, i diecimila euro di preacquisto del manuale SnaFor.
 
Quindi, se e quando parteciperete ad un raduno, saprete che la quota di iscrizione oltre a coprire i costi di gestione dell’evento, in totale assenza di contributi come successo quest’anno, sarà destinata solo e solamente a fare crescere il torrentismo. Niente di ciò che viene speso dall’associazione ha un fine diverso.
Ecco dove vanno a finire i soldi che avete pagato per un raduno AIC.
 
E nel caso di raduni non AIC? Ve lo siete chiesto?


Luca Dallari, presidente Associazione Italiana Canyoning

Categoria: Raduni

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